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Versione 2.0 - Phoenix Edition

Delude "Il Nascondiglio" di Avati

Un buon nascondiglio è il luogo ideale dove farebbe bene a ritirarsi la critica cinematografica che ha accolto con benevolenza il nuovo film di Pupi Avati. Dimenticate La casa dalle finestre che ridono, Zeder e L’arcano incantatore che hanno fatto del regista bolognese un dei pochi alfieri valorosi dell’horror italiano. Il nascondiglio è un pasticcio in bilico tra il banale e il ridicolo. Si parte con un’ambientazione americana poco credibile, in cui il bravo regista di Bix qui annaspa imprevedibilmente con l’ingenuità di chi non è mai uscito dalle mura cittadine, per di più infilando a forza nella storia personaggi di cui è francamente difficile rintracciare la ragione d’essere. Cosa dire poi di una sceneggiatura lacunosa e trasandata che narra una storia tanto scontata (dopo dieci minuti si capisce già il finale) quanto improbabile (donna psichicamente labile appena uscita da anni di cure che si aggira nel buio perenne di una casa dei fantasmi come Schwarzenegger nella jungla  di Predator)? Con l’aggravante di richiamare con sconcertante debolezza tutti i luoghi comuni del buon cinema di genere, citando malamente anche la pregevole opera passata dello stesso autore. Persino un’attrice brava come la Morante finisce per irritare, con una recitazione piattamente ansiosa, sempre inspiegabilmente sussurrata. Si critica spesso il cinema americano per la sua dimensione senz’anima di industria dello spettacolo, che poco o niente lascia alla autentica creatività. Bene, diciamo allora che una storia scritta così male, che non spaventa senza però riuscire a far ridere sino in fondo, una produzione americana non l’avrebbe mai gettata in pasto al pubblico con tanta leggerezza, l’avrebbe almeno sottoposta a qualche indispensabile revisione. E forse il risultato finale non sarebbe stato neppure disonorevole. Ma qui il produttore si chiama Avati anche lui. Chi abbia fatto più danni a chi è difficile dirlo. (V.T.)

Alice McDermott, Il nostro caro Billy

In una trattoria del Bronx parenti e amici si ritrovano, dopo il funerale, per ricordare il “povero” Billy. Ci sono la scialba e dignitosa vedova, l’amico di una vita con la figlia sposata, tutti i compagni d’avventura del defunto, l’irresistibile Billy consumato dal demone dell’alcol. E proprio a cominciare dalla conversazione a tavola viene a ricomporsi, come in un mosaico, attraverso un intreccio di ricordi privati o condivisi, la vita dell’idealista Billy Lynch, segnata dal sogno d’amore infranto per una ragazza irlandese di nome Eva. Alice McDermott, che con Il nostro caro Billy ha vinto il National Book Award nel 1998, narra una saga irlandese che si muove tra le due sponde dell’Atlantico, ma che ha il suo cuore pulsante nella New York postbellica, nell’incantevole cornice delle spiagge di Long Island che rimanda a un’immagine struggente di paradiso perduto. Il nostro caro Billy è una storia di passione e di amicizia, di segreti e di tradimenti, illuminata da una scrittura per la quale si può parlare di perfezione, senza il timore di incorrere nell’esagerazione. Il ritmo e la naturalezza dei dialoghi, la raffinata complessità della costruzione danno vita a una fluidità della narrazione semplicemente disarmante nel suo equilibrio impeccabile. Una storia autentica, resa con profondo realismo e dalla grande potenza evocativa, che tocca le corde del nostro desiderio di infinito. E alla fine, con uno sguardo velato, viene da pensare a tutto quello che è stato e non sarà più, a quel tempo lontano fatto di mille promesse che è la giovinezza. (V.T.)

Ogawa Yoko, L'anulare

La protagonista di questo romanzo breve, piccolo gioiello datato 1994 della scrittrice giapponese Ogawa Yoko, è una ragazza con una piccola mutilazione ad un dito della mano che trova lavoro come assistente nel laboratorio del signor Deshimaru. Qui le persone consegnano i propri oggetti (quanto mai disparati, si va dai funghi cresciuti sulle ceneri di una casa bruciata alle ossa calcinate di un uccello, dalla musica di uno spartito ad una cicatrice), affinché il signor Deshimaru, uomo impeccabile e di poche parole, prepari degli "esemplari". Il compito della giovane, ben retribuito, consiste semplicemente nell’accogliere con “gentile professionalità” i clienti e prendere in consegna i loro oggetti. È poi il signor Deshimaru, all’interno del laboratorio al quale egli solo ha accesso, a trasformarli misteriosamente, ma senza dubbio con amorevoli cure, in “esemplari”. Gli “esemplari” vengono infine archiviati e conservati all’interno dell’edificio, un ex pensionato femminile immerso nel silenzio. Ed è con questo rito che pare compiersi la definitiva separazione delle persone dai simulacri del loro passato. L’anulare è un romanzo ipnotico capace di avvolgere il lettore nella stessa atmosfera rarefatta ed enigmatica in cui si muove la protagonista. È una storia che, gettando una luce singolare sulla società giapponese odierna, fra tradizione e modernità, lambisce i territori dell’erotismo e del feticismo. Su tutto domina la mano ferma, sempre lieve ed evocativa dell’autrice, autentica alchimista dell’ossessione. (V.T.)

Pete Dexter, Il cuore nero di Paris Trout

Vincitore del National Book Award nel 1988, Il cuore nero di Paris Trout (Paris Trout in originale) si colloca a buon diritto tra i massimi capolavori di sempre della letteratura americana sudista. Pete Dexter riesce in un’impresa degna del più brillante alchimista, condensare in trecento pagine una storia di razzismo e di quotidiana violenza, che è la rappresentazione esemplare di un mondo e delle sue dinamiche sociali. Siamo a Cotton Point, una cittadina della Georgia, negli anni Cinquanta, quelli di Eisenhower. Paris Trout è un commerciante bianco, rispettato e benestante, la cui attività include anche quella di prestare denaro, specialmente alla gente di colore. È un bianco saldamente radicato nelle sue convinzioni, un americano come tanti. E tra le sue convinzioni incrollabili rientra quella che la difesa dei propri diritti giustifichi l’assassinio di una ragazzina nera di quattordici anni.Le conseguenze del suo gesto sono il processo per omicidio e la crisi del rapporto con sua moglie. In tribunale sarà l’intera comunità a misurarsi con i suoi sensi di colpa più o meno mascherati e con una presunta o pretesa negazione di quel razzismo che è inscritto nel dna del protagonista. E mai come in questo romanzo proprio il protagonista diventa il perfetto riflesso di un’aberrazione della società, di un male oscuro e meschino che intorbida l’anima delle persone. Il cuore nero di Paris Trout – che vanta un ritmo magistrale e un finale di musicale bellezza – mette in scena una realtà fatta di sopraffazione e di soprusi, di ignoranza e di brutalità. Un mondo infinitamente crudele, tanto più inquietante in quanto descritto nella sua assurda normalità. (V.T.)

Cormac McCarthy, La strada

La nuova quotidianità, nel mondo agonizzante che una non ben precisata apocalisse ha lasciato in eredità ai pochi sopravvissuti, è la lotta per la sopravvivenza. Gli incendi hanno devastato il pianeta, le piante sono morte, gli animali scomparsi; e nella desolazione assoluta, freddo e silenzio. Mentre il sole non riscalda più e un livido crepuscolo guadagna progressivamente terreno sulla luce del giorno, uno strato di cenere ricopre ogni cosa. In questo scenario arrancano i sopravvissuti, condannati, prima ancora che salvati, ad una vita durissima, dominata dai bisogni primari (la ricerca del cibo, il riparo dal freddo e dalle intemperie) e precipitata nella barbarie, dove i forti mangiano i più deboli, e non solo in senso figurato. Tra i superstiti, un uomo e un bambino, padre e figlio, sono in marcia per raggiungere l’oceano. E tra loro e questa meta illusoria di speranze non ben definite c’è la strada, luogo per eccellenza dell’immaginario americano. Una strada interminabile lungo cui imperversano bande di predoni, fiancheggiata da una natura morente che fu maestosa e dalle macerie della civiltà dei consumi. L’uomo e il bambino sono i “custodi del fuoco”, ultimi depositari di un’umanità in dissoluzione. Sul loro rapporto e sull’interazione con l’ambiente ostile che li circonda si gioca tutta la storia, narrata da Cormac McCarthy con quello stile epico, asciutto e preciso, che lo ha reso giustamente famoso. La strada, che ha vinto il premio Pulitzer 2007 (non è provocatorio affermare che il premio quest’anno è andato ad un nuovo classico della fantascienza), è un romanzo tragico e bellissimo che narra di un mondo in bianco e nero da cui la folle complessità contemporanea è stata spazzata via e sostituita da una nuova e antica maledizione. Un mondo essenziale, in cui risalta la condizione umana e, a dispetto di tutto, l’indistruttibile capacità di sperare in un futuro d’amore. (V.T.)

Joyce Carol Oates, Zombie

Tra i numerosi romanzi sui serial killer, Zombie di Joyce Carol Oates spicca per essere uno dei pochi ad assurgere ad una statura letteraria incontestabile . Inscrivibile in apparenza in questa sezione così fortunata dell’horror, ne trascende i confini, quasi sempre angusti per via della banale ripetitività, e si colloca tra le migliori opere dell’eclettica scrittrice da anni in odore di Nobel. Zombie è il diario immaginario di Quentin P., un trentenne omosessuale psicopatico che desidera sopra ogni cosa creare uno zombie, un amante fedele e disponibile tutto per sé praticando artigianalmente la lobotomia di adolescenti. Quentin, condannato per molestie sessuali ai danni di un minore, beneficia della libertà vigilata e vive un’esistenza pubblica fatta di lavoro (è il custode di una casa per studenti di proprietà della famiglia), di visite alla nonna che lo adora, di appuntamenti con psichiatri che ne registrano i progressi e che egli manipola senza difficoltà. Il padre, professore universitario, in fondo riesce sempre a guardare altrove nei momenti topici perché non vuole credere all’aberrazione che abita la mente del figlio; la sorella maggiore, che pare l’unica a sentirlo realmente, vive lontano. La legge, più ancora che tentare di incastrarlo, erige muri garantisti a salvaguardarne l’impunità. Il privato di Quentin, nero su bianco nel diario ma invisibile a tutti, è invece un mondo di desideri senza freni, da cui è bandita ogni distinzione tra il Bene e il Male. I suoi impulsi sessuali sono irresistibili ed esplodono senza rimedio nella violenza. Una violenza che segna anche l’insuccesso di Quentin, dal quale egli è, tuttavia, sempre pronto a ripartire con nuovo, terrificante entusiasmo. Zombie è un viaggio da incubo nella mente malata e nella quotidianità piatta e desolante di un serial killer. È un romanzo disturbante a 360 gradi, ma soprattutto allorché, con insidiosa imprevedibilità, si fa commovente. La grandezza dell’autrice sta infatti proprio nel saper restituire al protagonista l’intera sua umanità, che non è fatta soltanto di immonda perversione, ma anche di uno struggente, seppur distorto, desiderio di annullare la solitudine. E in questa parziale comunione con i sentimenti del mostro la Oates riesce anche a farci rabbrividire per davvero. (V.T.)

Jean-Pierre Vernant, L’universo, gli dèi, gli uomini

Al grande studioso francese dell’età classica e della mitologia greca, Jean-Pierre Vernant, scomparso quest’anno, si deve innanzitutto un’originale interpretazione, debitrice della moderna antropologia, delle ragioni del passaggio dal pensiero mitologico a quello razionale della filosofia (teoria espressa nel ’62 nella sua opera più celebre, Le origini del pensiero greco), un percorso verso la ragione che conduce alla genesi della stessa democrazia. Nel 1999 Vernant pubblica L’universo, gli dèi, gli uomini, opera di carattere divulgativo che, rivolgendosi al lettore come un nonno che narra al nipote una favola, racconta gli antichi miti greci, ricomponendo come in un puzzle i molti frammenti che ne sono alla base. Si parte così dalla genesi dell’universo (dal Caos a Gaia, da Urano a Crono) a quella degli dèi (dai Titani agli Olimpici) per arrivare al mondo degli uomini (dall’età dell’oro alla contesa tra Zeus e Prometeo che sfocerà nella nascita di Pandora e nell’invenzione della donna) e alle loro vicende (dalla guerra di Troia alle avventure di Ulisse, dall’irruzione nel mondo di Dioniso e dalla tragedia di Edipo fino alla parabola di Perseo con l'eroe che Zeus fissa per sempre nel cielo stellato). Il pregio maggiore di Vernant è quello di narrarci con grande semplicità, con lo spirito dell’affabulatore consumato, una storia affascinante, da cui sono sorti gli archetipi di tutte le storie a venire. Ben inteso, siamo all’abc del mito greco, ma Vernant, in quest’opera di prima alfabetizzazione, mostra di essere un maestro impeccabile. (V.T.)

Luciano Canfora, Esportare la libertà. Il mito che ha fallito

La guerra del Peloponneso, le campagne napoleoniche, i conflitti in Indocina e Medio Oriente durante la Guerra Fredda, l’invasione americana dell’Iraq: cos’hanno in comune i governi di Sparta e Atene, Napoleone, Stalin e l’amministrazione Bush? Luciano Canfora, in questo breve ma interessante saggio comparativo, individua la risposta nel cinico occultamento della lotta per il dominio dietro una propagandata esportazione della libertà. In sostanza, le ragioni della realpolitik - le autentiche motivazioni che muovono i governi alle guerre condotte nel nome della libertà - non mutano nel tempo, così come i  loro esiti. Se “la guerra per la liberazione dei greci” nel V secolo A.C. porta gli stessi sotto il gioco del presunto liberatore spartano, sorte simile tocca ai popoli ammaliati dalla stella di Napoleone, che dilapida in meno di vent’anni quanto gli portava in dote in termini ideali la Rivoluzione Francese. E sempre di patrimonio completamente azzerato in meno di mezzo secolo, si può parlare per l’URSS rispetto all’enorme prestigio acquisito con la vittoria a Stalingrado e le gesta dell’Armata Rossa. Avvicinandoci più ai nostri giorni, Canfora tratteggia le vicende dell’Afghanistan (l’invasione sovietica demolita da una propaganda insolitamente trasversale e “globale”), della Cambogia (gli Usa che appoggiano il governo assassino di Pol Pot nel gioco della Guerra Fredda), fino ad arrivare all’invasione dell’Iraq e alla deposizione di Saddam (prima una guerra preventiva per scongiurare il rischio rappresentato dalle inesistenti armi di distruzione di massa, poi di liberazione del popolo iracheno nel nome degli universali valori democratici). E poiché gli interessi politici ed economici prevalgono sempre e comunque sull’etica e sulle battaglie di civiltà, la propaganda attraversa tutte queste vicende rendendo credibili in un lasso di tempo minimo (ai nostri occhi e alle nostre orecchie di contemporanei colpevolmente distratti) le ragioni dell’interesse di parte, della violenza e della sopraffazione. Come oltre duecento anni fa scriveva Robespierre, "l’idea più stravagante che possa nascere nella testa di un uomo politico è quella di credere che sia sufficiente entrare a mano armata nel territorio di un popolo straniero per fargli adottare le sue leggi e la sua costituzione. Nessuno ama i missionari armati; il primo consiglio che danno la natura e la prudenza è quello di respingerli". Canfora accomuna nella colpa Usa e Urss, non dissimili nel tentativo di esportare con la forza il proprio interesse e il proprio modello e parimenti responsabili del fallimento del socialismo arabo, della conseguente ascesa del fondamentalismo islamico e di quel terrorismo che oggi è divenuto il problema dei problemi. Principale bersaglio degli strali di Canfora è il sulfureo Zio Sam, prima sostituitosi alle potenze coloniali e poi vedovo del suo grande antagonista sovietico (ma qualche freccia velenosa colpisce anche il Vaticano di ieri e di oggi). Da sottolineare la felice scelta dello storico barese di inserire in appendice una fulminante lettera di Khomeini a Gorbacëv del 1° gennaio 1989 sull'imminente e inevitabile fine del comunismo. Esportare la libertà suggerisce diversi spunti senza troppo soffermarvisi (proprio per come è stata concepita la struttura stessa dell’opera), e il suo maggior pregio appare infine quello di motivare il lettore ad approfondire le tante questioni sollevate. (V.T.)

Cornell Woolrich, Angelo nero

Quarto della serie nera, pubblicato nel 1943, Angelo nero è uno dei romanzi di Cornell Woolrich maggiormente segnati da quell’atmosfera di angoscia per la quale lo scrittore newyorkese è famoso. La ricerca del vero colpevole dell’omicidio che è costato la condanna a morte del marito, e che conduce la protagonista nei bassifondi malavitosi di New York, pare davvero passare una mano di vernice nera su ogni cosa: morte e disperazione, squallore e solitudine, sono dappertutto. È l’impossibilità di Viso d’angelo (l’affettuoso nomignolo che il marito usa con lei nell’intimità) di rassegnarsi al tradimento dell’uomo di cui è innamoratissima e all’avvicinarsi della sua esecuzione, a trasformarla nell’Angelo Nero: non una dark lady assetata di vendetta ma una cacciatrice implacabile; una donna senza scrupoli disposta a tutto pur di salvare il marito. Come sempre in Woolrich, il ritmo della narrazione e la capacità di dar vita alla suspense sono magistrali, in grado di avvincere il lettore e fargli anche dimenticare certi difetti della trama (quelli che fanno quasi sempre viaggiare le storie di Wolrich nella corsia dell’improbabile, ad un passo dall’inverosimile). A differenza del precedente La donna fantasma (pubblicato con lo pseudonimo di William Irish), qui Woolrich non sfrutta il lugubre countdown che scandisce il tempo rimasto prima che avvenga l’irreparabile. Tutto è giocato sulla figura della protagonista, sulla ricerca della verità per tentativi ed errori (l’iterazione di situazioni strutturalmente simili è una caratteristica di Woolrich) e sull’ambientazione cupa e malsana: punti di forza che fanno di Angelo nero un classico della letteratura noir. (V.T.)

Turistas: il Robin Hood del XXI secolo è un medico brasiliano psicopatico

Con Turistas di John Stockwell il panorama dei soggetti horror che hanno come protagonista lo scienziato pazzo si arricchisce di un’ulteriore, intelligente variante. La corsa spericolata di un autobus di linea in viaggio per il Brasile finisce con un incidente e il gruppo di giovani turisti che trasportava (americani, inglesi, svedesi, australiani) si ritrova in una spiaggia paradisiaca fuori dal mondo. La bellezza del luogo li spinge a trascorrervi la notte facendo baldoria, ma quando al risveglio si rendono conto di essere stati drogati e derubati. Si mettono allora alla ricerca della polizia per denunciare l’accaduto ma un incidente con la popolazione locale li spinge a fuggire, aiutati da un ragazzo del posto. Il gruppo giunge così in un’abitazione abbandonata, ma con tutti i comfort, immersa nella giungla. Il mattino gli riserva però una gran brutta sorpresa e l’incubo vero e proprio ha inizio. Il gruppo dovrà vedersela con un malvagio chirurgo che espianta gli organi ai turisti per donarli ai bambini poveri di un ospedale di Rio. Stockwell realizza un bel film horror, con molta azione e poche concessioni allo splatter, che ha i suoi punti di forza nella semplicità e nell’essenzialità della trama, nella regia asciutta e nei meccanismi di creazione della tensione. Lo spunto si inserisce in un filone classico calato nel contesto del turismo di massa mentre la morale della storia si esplicita in una visione della realtà senza speranze, una realtà in cui la follia, la crudeltà e il sadismo prevalgono sempre e comunque sulle cosiddette “ragioni sociali” del crimine. (V.T.)